Una decisione dolorosa arriva dal quartier generale: il marchio conferma tagli, saranno gli operai a pagare il prezzo della crisi
Negli ultimi anni il rilancio promesso da un colosso storico dei motori non ha trovato la strada giusta: la sportiva di casa ha fatto sognare ma ha patito ritardi in catena e un listino salito oltre le attese, mentre i modelli elettrici nati per crescere in fretta non hanno sfondato come sperato, anche per un fattore semplice quanto decisivo, i dazi che rendono proibitivo il prezzo finale delle vetture prodotte in Cina e vendute in Europa.
Così su Lotus si è accumulata pressione sui conti: qualche segnale positivo sul fronte delle immatricolazioni non è bastato a compensare un bilancio in rosso e regole in continuo movimento. L’azienda taglia il personale nella sede storica inglese, scelta raccontata con toni amari anche dalla politica locale, che parla di un colpo allo stomaco ma riconosce che lo scenario peggiore, la chiusura totale, è stato evitato.
Tagli e prospettive per Lotus
Al quartier generale britannico scatta un piano di riduzione dell’organico che coinvolge centinaia di addetti su poco più di un migliaio complessivo: una sforbiciata dura, motivata ufficialmente con la necessità di mettere in sicurezza il futuro in un settore che cambia a velocità elevata, fra norme, dazi e domanda incerta.

Non è il primo intervento dell’anno: il ridimensionamento segue altri esuberi comunicati mesi fa, mentre a bilancio pesa una perdita consistente maturata nella prima metà del 2024, nonostante timidi segnali di trazione commerciale che non hanno invertito la rotta.
Il nodo resta la gamma: l’ultima sportiva termica ha mostrato carattere ma ha pagato i rallentamenti produttivi e l’aumento di prezzo rispetto alle promesse iniziali, mentre la coppia di elettriche, pur nuova per il marchio, non ha trovato il favore del pubblico europeo, complice il costo finale appesantito dai dazi per i modelli costruiti in Cina.
La direzione, però, non molla il presidio inglese: Hethel resta casa di sportive, motorsport e consulenza ingegneristica, con la porta aperta a partnership produttive esterne per diversificare i ricavi e ridurre il rischio operativo.
Sullo sfondo, la storia recente del brand spiega la fragilità: dopo anni complicati seguiti alla scomparsa del fondatore, l’arrivo della nuova proprietà nel 2017 aveva acceso l’ottimismo, anche per l’esperienza positiva maturata su altri marchi, ma l’attuale contesto rende la risalita più ripida del previsto.
La politica locale commenta con toni duri, definendo la notizia un pugno nello stomaco per il territorio, ma riconosce che evitare lo stop totale dell’attività nazionale è, oggi, l’unico spiraglio da cui ripartire.