Una speciale che cambia umore a ogni duna. Motori caldi, roadbook capriccioso, tattiche sottili: la Dakar 2026 accende il bivacco con una doppia storia, una di forza e una d’imprevisto. E proprio lì, dove la sabbia chiede precisione, il cronometro diventa un giudice spietato.
La Dakar 2026 regala una KTM concreta, aggressiva, lucida. Doppietta con Benavides davanti a Canet: coppia compatta, ritmo pulito, pochi rischi gratuiti. Dietro, Sanders prova il colpo duro. Attacca, sceglie linee creative, tiene la leadership con la freddezza di chi conosce il deserto. Non spettacolo fine a sé stesso, ma gestione.
Un errore di navigazione gli costa minuti che pesano. Il classico bivio in cui la testa anticipa il roadbook e la fretta tradisce. Se i bonus di apertura saranno confermati anche quest’anno, aprire la pista potrà pagare, ma oggi il saldo non sorride a chi ha forzato i tempi. Nota metodologica: i distacchi esatti restano da confermare, tempi ufficiali in aggiornamento.

Ordine di partenza, polvere, correzioni di CAP, rifornimenti. Nel dettaglio: chi ha impostato un passo sostenibile sulla prima metà della speciale ha capitalizzato dopo il neutralizzato, quando la luce si è fatta piatta e i waypoint hanno chiesto sangue freddo. Il sistema di sentinel e i limiti nelle zone pericolose hanno tolto margini all’azzardo puro. Il merito, allora, è di chi ha letto il ritmo meglio degli altri.
La tappa si apre con Lategan che fa il metronomo sulla sua Toyota ufficiale. Traccia pulita, consumo controllato, gomme gestite con cura nelle pietraie. Tutto fila dritto fino a quasi fine speciale. Poi l’istante che cambia tono: una chiamata di nota non perfetta, un taglio di valle sbagliato, un waypoint che non si “accende” al primo colpo. La finestra si apre e Ekstrom, con la Ford, entra e prende la tappa. Non è solo velocità. È lucidità nell’unico momento in cui serviva.
Quell’errore “minimo” di Lategan diventa il salvagente per Al Attiyah. Il qatariota, oggi con Dacia, non forza oltre il limite, ma incassa e scala la classifica generale. Niente fuochi d’artificio, solo aritmetica del deserto: margine guadagnato quando conta, senza un graffio di troppo. Anche in questo caso, i secondi esatti restano in verifica, ma la tendenza è netta.
Il peso della strategia
Pressione gomme, finestra termica, gestione del retrotreno nelle dune morbide: si decide lì. Un esempio concreto? Chi ha alzato il ritmo dopo il secondo refuel ha trovato sabbia più stabile e meno traffico. Meno dust, più visibilità, meno rischio di tagliare una crestina alla cieca. La costanza, non la frenesia, ha pagato sul lungo.
In Dakar, dieci secondi di dubbio diventano tre minuti di realtà. Un WPM mancato costringe a raggiare, riprendere CAP, risincronizzare. L’ansia moltiplica l’errore. Qui vincono quelli che respirano, rallentano, verificano. Oggi, quella calma ha spostato una classifica più di un cavallo in più sul dritto.
Solchi che scompaiono, silenzio che sembra acqua. È il momento in cui si sceglie chi essere domani. Meglio rischiare un varco in ombra o rimanere sul filo sicuro? La risposta, spesso, vale un rally. E forse racconta più di noi che della sabbia stessa.





