Il Segreto dell’Impressionante Performance di Jeffrey Herlings: 4500 Manche da 35 Minuti! Rivelazioni Shock dell’Allenatore John van den Berk

Un conto alla rovescia inciso nella sabbia, il fiato corto, la mente lucida quando gli avambracci bruciano: dietro l’accelerazione brutale di Jeffrey Herlings c’è una routine ossessiva, fatta di ripetizioni che spostano il limite un metro alla volta.

Il Segreto dell'Impressionante Performance di Jeffrey Herlings: 4500 Manche da 35 Minuti! Rivelazioni Shock dell'Allenatore John van den Berk
Il Segreto dell’Impressionante Performance di Jeffrey Herlings: 4500 Manche da 35 Minuti! Rivelazioni Shock dell’Allenatore John van den Berk

Chi segue il motocross lo sa: Jeffrey Herlings non è solo velocità. È costanza, è ritmo, è resistenza mentale. L’olandese, volto simbolo della MXGP, ha costruito la sua reputazione su piste che sembrano masticare i piloti. Soprattutto quelle di sabbia. Lì, dove la moto affonda e la linea cambia a ogni giro, lui trova ordine. Non per caso detiene il primato storico di Gran Premi vinti nel Mondiale. Ma i record non bastano a spiegare la sua durezza di gara.

Per capirla, bisogna andare nel laboratorio della fatica. Non nella palestra scintillante, ma nelle giornate lunghe, nelle uscite “copia gara” su tracciati veri. Il principio è semplice: simuli la gara finché la gara diventa un’abitudine. Le sessioni chiave? Le manche di durata fissa, con tempi e recuperi scanditi, gomme che finiscono, sabbia che diventa burro. Non teoria. Routine.

Allenamento reale, non teoria

Per un professionista di vertice, la “moneta” del lavoro è la manche. Non i minuti sparsi, ma blocchi completi, corsa intera. Nella MXGP, una moto standard dura 30 minuti più due giri. In allenamento si allunga a 35 per togliere alibi. Una manche da 35 minuti ti chiede tutto: gestione, trazione, respiro. Farne due in un giorno ti costruisce. Farne tante ti cambia.

Il punto centrale arriva da chi lo segue da vicino. È stato il suo allenatore John van den Berk, campione del mondo a sua volta, a condividere su Instagram un dato che spiazza: un totale “assurdo” di manche da gara accumulate da Herlings. Il numero citato è 4500, tutte da 35 minuti. L’affermazione proviene dal coach e, al momento, non risulta verificata in modo indipendente né contestualizzata con un arco temporale preciso. Ma è un ordine di grandezza che fa riflettere.

Facciamo i conti. 4500 x 35 minuti = 157.500 minuti. Sono 2625 ore in sella, circa 109 giorni pieni di guida a intensità gara. Se il conteggio si riferisce alla carriera, è plausibile per un atleta che si allena da oltre un decennio a livelli estremi. Se fosse su base pluriennale ristretta, diventerebbe quasi inumano. E qui sta la chiave: più del numero in sé, colpisce l’idea di un carico di lavoro cucito sulla ripetizione sistematica, non sul picco isolato.

Cosa insegna questo numero

Il “segreto” di Herlings, allora, non è un trick. È un metodo. Simulare la gara per rendere la gara una condizione naturale. Scegliere tracciati diversi per stressare adattamento e tecnica. Alternare giorni in sabbia pesante a terreni compatti per non fossilizzarsi. Tenere la mente nel presente quando il corpo vorrebbe scappare. Anche la gestione del rischio rientra nel pacchetto: spingere così tanto comporta margini sottili, e gli infortuni che hanno segnato alcune sue stagioni lo ricordano.

Si può discutere del numero, e dobbiamo farlo con prudenza: senza un dato ufficiale completo, è onesto considerarlo un’indicazione, non un verdetto scolpito. Ma il senso rimane. L’eccellenza in questo sport, come in molti altri, nasce da una somma di atti minuti. Una manche dopo l’altra. Un giorno in più, non uno perfetto.

Forse è questa l’immagine più vera: un rettilineo di sabbia davanti, gli occhiali che si sporcano, il cronometro che non fa sconti. E la domanda, semplice, che vale per tutti: quante “manche” siamo disposti a mettere, davvero, nelle cose che contano?

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